A guardarla bene, questa immagine non è solo un’opinione discutibile: è un reperto storico. Non nel senso nobile del termine, ma come lo sono certi manoscritti ingialliti che raccontano un mondo in cui il sole girava intorno alla Terra e la donna intorno all’uomo. Il tutto, ovviamente, “per il bene della famiglia”.
Lo schema proposto è chiarissimo: al vertice c’è il marito, che protegge, dirige, provvede. Sotto, la moglie, che conforta, educa, insegna e “si prende cura”. In fondo, i figli, che amano e ubbidiscono. Non collaborano, non partecipano, non crescono: ubbidiscono. Il messaggio è così netto che non lascia spazio a interpretazioni. Questa non è una famiglia: è una catena di comando.
Il problema non è solo che questo modello sia antiquato. È che è esplicitamente medievale. La donna non è una persona autonoma, ma una figura funzionale: educatrice sì, ma sotto le direttive implicite di un padre-padrone che “dirige” la famiglia come un feudo. Non decide, non guida, non condivide la responsabilità: esegue. È la custode dell’ordine interno, non una pari. La parità di genere qui non manca per distrazione: è proprio esclusa dal progetto.
Eppure, nel testo che accompagna l’immagine, si parla di amore. Un amore che, curiosamente, non compare mai nello schema come valore comune. Non è il collante che rende i membri della famiglia uguali, ma una conseguenza automatica del rispetto dei ruoli. Come se amare fosse un premio per chi resta al proprio posto. Un’idea che stride con qualsiasi esperienza reale: l’amore non nasce dall’obbedienza, né dalla gerarchia. Nasce dall’armonia, dal riconoscimento reciproco, dalla pari dignità.
Altro che amore: il Medioevo spiegato con un ombrello
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